Berenice Abbott: “La fotografia è un’affermazione penetrante”

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Berenice Abbott, Dorothy Whitney, Paris, 1926 © Berenice Abbott/Commerce Graphics/

Nel 1929, dopo otto anni a Parigi, Berenice Abbott tornò negli Stati Uniti portando con  sé una grande collezione di fotografie di Eugène Atget – facendolo peraltro conoscere – insieme con le idee dei modernisti europei, come si si nota nelle sue prime raffinate e astratte immagini di New York. L’incontro decisivo è con Man Ray, di cui fu assistente dal 1923 al 1925; lui  le fece apprezzare Atget – grazie al quale lei sviluppo il suo approccio più diretto e documentaristico; lui la incoraggiò sulla via dei ritratti dei personaggi del momento, Max Ernst, Edward Hopper, James Joyce, Peggy Guggenheim, Djuna Barnes, la principessa Bibesco, e molti altri;  a differenza del ‘maestro’ Man Ray, le sue foto cercavano di catturare più la gestualità e le espressioni. L’occasione per conoscere il lavoro di Berenice Abbott è la prima mostra antologica a lei dedicata in Italia, al Museo Man di Nuoro (17 febbraio-31 maggio). Le 82 stampe originali esposte – realizzate tra la metà degli anni Venti ai primi anni Sessanta – sono suddivise in tre macro sezioni – Ritratti, New York e Fotografie scientifiche – che ripercorrono le principali fasi della sua produzione, oltre al materiale documentario proveniente dal suo archivio.

Così Berenice Abbott illustra la ‘sua’ fotografia, soffermandosi sul concetto di selettività.

«Ma che cosa fa di  un’immagine un lavoro creativo? Sappiamo che non può essere solo la tecnica. E’ allora il contenuto? E se sì, che cosa è il contenuto? Sono questioni basilari alle quali i fotografi illuminati devono saper rispondere da sé.

Prima di tutto diciamo che cosa la fotografia non è. Una fotografia non è un dipinto, non è una poesia, una sinfonia, una danza. Non è solo una bella immagine, non è un esercizio contorsionistico di tecnica e di mera qualità di stampa. E’, o dovrebbe essere, un documento significativo, un’affermazione penetrante, che si può descrivere con un termine molto semplice – selettività.

Per definire la selettività, si può dire che essa dovrebbe essere concentrata su temi capaci di colpire fortemente con il loro impatto e di attivare l’immaginazione al punto da costringerci a occuparcene. Le immagini sono sprecate se il motivo che ti spinge ad agire non è forte ed emozionante. (…) Il fotografo crea e sviluppa un modo di vedere migliore, più selettivo, più acuto se guarda sempre più intensamente ciò che accade nel mondo».
(da Roberta Valtorta, Il pensiero dei fotografi, Bruno Mondadori, pgg. 118-119)

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