“Il ritratto è soprattutto seduzione”. Intervista a Francesco Maria Colombo

Francesco Maria Colombo ha svariate passioni. La fotografia, la musica, la scrittura. La televisione; conduce il programma di divulgazione musicale dal titolo schumanniano Papillons (su Classica HD). Nel suo universo creativo così cangiante, il flâneur di talento riserva alla fotografia uno spazio speciale.

Intervista a Francesco Maria Colombo (di Cristina Bolzani)

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Francesco Maria Colombo – © Monica Silva

Francesco Maria Colombo, faccio mia una domanda che è anche il titolo di un articolo del suo blog. Quanti like a Buenos Aires? Cosa le sta offrendo l’esperienza di pubblicare su Instagram le fotografie? Ma innanzitutto: come ha deciso di esprimersi  (anche) come fotografo?
Rispondo subito su Instagram. Non è altro che uno degli angoli della grande piazza virtuale sulla quale ci affacciamo tutti, chi con entusiasmo chi con qualche riserva. Le foto che pubblico lì hanno senso nel contesto della comunicazione tra amici, non hanno una pretesa di progettualità e forse nemmeno di qualità particolari.

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dal profilo Instagram  francescomariacolombo

Quanto invece all’altra sua domanda le posso dire che a un certo punto della mia vita ho avuto bisogno di andare oltre la compiutezza e l’armonia che la musica porta con sé. All’interno di un brano musicale tutto si dispone in modo perfetto, come nel migliore del mondi possibili. Ma io sono curioso di quello che eccede questo ordine perfetto: delle contraddizioni della realtà, dell’odore delle cose, della misteriosa casualità di ciò che accade. Lì entra in scena la fotografia, e poiché l’unico modo per conoscere una cosa è mettersi a farla, mi ci sono buttato. Ho avuto la fortuna che le foto venissero viste da subito, e che sia stato possibile collaborare a varie testate, organizzare mostre, pubblicare libri.

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Alba Rohrwacher – © Francesco Maria Colombo

Come si pone rispetto ai social network in genere, visto che, scrive, «ha un valore inestimabile potersi permettere di essere, secondo i parametri diffusi, un loser, uno che non è sulla cresta dell’onda, (…) e in fin dei conti uno che vive con il medesimo equilibrio l’avere zero like o un milione di like, perché se i like contano qualcosa per farci sentire vivi e vincenti, vuol dire che non stiamo tanto bene»?
La frase che lei cita è all’interno di un articolo nel quale esprimo una certa insofferenza. I social network sono un’incredibile megafono per l’ipertrofia dell’io, il cui essere winner o loser si esprime a forza di like.

Tutto questo mi è completamente estraneo, non solo perché sono interessato a quel che è fuori di me molto più che non a me stesso, ma perché la logica dei like azzera le dinamiche dell’interazione tra le persone e della costruzione dell’identità, fatta di infinite sfumature e di infinite variabili. Purtroppo la nostra è la prima generazione ad aver avuto in mano questo strumento incredibile di comunicazione che è internet, e non abbiamo ancora imparato ad usarlo se non facendone la sede di una realtà alternativa, nella quale il lessico, le attitudini e la logica dell’affermazione hanno poco a che vedere con la concretezza e l’autenticità della vita. Detto questo, io non avrei mai pubblicato una fotografia se non fossi passato sui social network. Non se ne può fare a meno, ma cerco di mantenere un certo distacco e una certa ironia verso il collezionismo dei like.

Lei è evidentemente un eclettico; direttore d’orchestra, fotografo, nonché divulgatore della musica in tv, blogger … Ma, come direbbe James Hillmann, qual è la sua “ghianda”, il suo talento innato?
Per tanti anni ho fatto il giornalista al Corriere della Sera, e il punto di partenza è la scrittura, dalla quale però mi sono preso una vacanza di 15 anni dedicata ad altre passioni, la musica, la fotografia. Continuo a fare il direttore d’orchestra e nel 2017 pubblicherò un altro libro fotografico, ma capisco che non potrò fare a meno di tornare alla scrittura. L’aver fatto tante cose sicuramente ha comportato il rischio della dispersione: ma la dispersione l’ho sempre accettata allegramente, senza troppa coazione ad eccellere.

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Filippo Timi – © Francesco Maria Colombo

Provo a rispondere io, guardando i suoi ritratti di Sguardi privati, ritratti di svariate personalità della cultura italiana, colte in un attimo di abbandono – si direbbe di ‘gioco’ – con il fotografo; un eclettico, un po’ romantico e gâté,  che ama giocare/suonare con l’Altro?
Il ritratto è soprattutto un rapporto di seduzione, una seduzione reciproca il cui lessico sono lo sguardo, il corpo, e quella misteriosa entità metafisica che è la macchina fotografica. Se questo rapporto di seduzione scatta, il ritratto ha un senso. Non sempre succede ma quando succede è una cosa magica. E in fondo il rapporto tra il direttore d’orchestra e l’orchestra è anch’esso un rapporto di seduzione. Il grosso svantaggio della scrittura (ne soffrivo molto quando scrivevo) è il fatto che si scrive da soli, e io sono un animale socievole.

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Patrizia Cavalli – © Francesco Maria Colombo

A proposito della musica, lei ha un repertorio a tutto tondo. Da Haydn a Berio. Cosa pensa del rapporto con la modernità nel nostro Paese? Non è spesso il repertorio ‘classico’ a spadroneggiare?
Quanto alla musica classica, il nostro Paese versa in una condizione così tragica che sono saltati i parametri. Faccio solo un esempio: l’Orchestra Mozart, fondata e diretta per tanti anni da Claudio Abbado, è riuscita a riprendere l’attività dopo tre anni facendo sforzi enormi grazie ai contributi dei supporter, un euro alla volta: ha fatto un meraviglioso concerto diretto da Haitink, e adesso non si sa che fine farà, vivono alla giornata. Andrebbe fatto ogni possibile e anche impossibile sforzo per difendere una simile eccellenza, come altre eccellenze. La questione non è di equilibrio fra un repertorio e l’altro, è piuttosto di avere una minima idea della differenza che intercorre tra una Cantata di Bach e una canzone de Il Volo.

I ritratti sono in bianco e nero oppure a colori; quale sguardo preferisce, dei due?
Non so risponderle. Certe foto nascono in bianco e nero, certe altre a colori. Perché? Non lo so. E’ qualcosa che deriva non da una valutazione tecnica ma dall’istinto. Certe situazioni le vedo a colori, certe altre in bianco e nero.

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Sally Mann

C’è un ‘maestro’ al quale si ispira nel mondo della fotografia, o del cinema?
Ho le mie predilezioni, che però incidono poco su quello che riesco o non riesco a fare. Per esempio, due dei fotografi contemporanei che più amo sono Sally Mann e Alberto García-Alix, ma mi sentirei ridicolo se dovessi mettermi a scimmiottarli.

A volte la fotografia nasce da suggestioni completamente al di fuori di essa: sto lavorando a un progetto che si basa su un concetto giapponese, l’«iki», al quale ha dedicato un libro bellissimo un allievo di Heidegger, Kuki Shuzo. L’«iki» è qualcosa che sta fra la grazia, la civetteria e la  percezione della caducità, è un termine intraducibile nelle altre lingue. Sarà traducibile in fotografia? Non lo so ma ci provo.

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