Il fascino romantico dell’ambrotipia. Intervista a Kurt Moser

Ha scelto uno stile vintage e molto laborioso; ogni foto richiede due giorni. La tecnica dell’ambrotipia lo mette in profondo contatto con la natura imponente delle Dolomiti. Come un romantico Wanderer della fotografia, Kurt Moser è alla ricerca di una luce invisibile. Così racconta la sua scelta  e il progetto di fotografare le Dolomiti utilizzando un camion militare russo.

d

Cosa la appassiona della tecnica antica della l’ambrotipia?

L’ambrotipia permette un linguaggio fotografico molto particolare, si lavora con la quasi assenza di profondità di campo. Questo è dovuto al fatto che il formato è l’enorme 50×60, il che comporta l’uso di ottiche con focale lunga (nel nostro caso a partire da 800mm). Le lastre di vetro nero sensibilizzate con l’argento ‘vedono’ una luce che per noi umani non esiste, cioè la luce ultravioletta che è fuori dal nostro spettro di calorimetria.

dolomiti In altre parole, fotografo paesaggi e persone invisibili a noi umani. Siccome le foto vengono impresse direttamente sull vetro nero, sono dei positivi che non possono essere manipolati, stampati, ingranditi o multiplicati come con i negativi, che siano digitali o analogici. La risoluzione di questi pezzi unici ovviamente è spettacolare, non essendoci nessun ingrandimento e nessuna struttura, né di pixel né di cristalli di argento applicati in modo industriale.

Per fare una foto ci metto di solito due giorni. La tecnica è molto costosa, in altre parole ogni ‘scatto’ va ben pensato e pianificato. Il modo di lavorare è decisamente diverso dalla fotografia digitale, dove si scattano centinaia di foto per poi averne una che potrebbe essere buona (e anche se non lo è basta metterla su Photoshop per farla diventare buona). Il nostro modo di lavorare è decisamente diverso, è un ritorno alle radici della fotografia, con tutti i vantaggi e svantaggi. I risultati sono comunque spettacolari e giustificano ogni sacrificio.

2) Come è nata l’idea di fotografare le Dolomiti da un mezzo gigante?

La scelta dell’Ural, camion militare russo, è nata da un’esigenza pratica. L’ambrotipia deve essere sviluppata entro circa dieci minuti dalla sensibilizzazione della lastra, e questo sistema fotografico premette la disponibilità di una camera oscura. In un atelier questo non è un problema, tra le Dolomiti invece sì… Abbiamo cercato di risolverlo e così abbiamo trovato il nostro Ural. In un secondo momento ho pensato di trasformarlo non solo in camera oscura ma direttamente in una gigantesca macchina fotografica! Dopo aver fatto test e studi ho capito che tutto dipende dal fatto di trovare un’ottica adatta a questo scopo, cioè un’ottica che riesce a coprire un formato di foto di ben 150 cm, il massimo fattibile all’interno dell’Ural. Esiste solo un’ottica di questo tipo, una Apo Nikkor 1780 per la precisione, ed è praticamente introvabile. Dopo due anni di ricerca l’ho trovata a Londra ed ora è in mio possesso, tra le circa cinque o sei esistenti al mondo.
Secondo me per fare delle ambrotipie delle Dolomiti c’è bisogno di un formato del genere; queste montagne sono imponenti e necessitano di lastre grandi. E’ tutt’altra cosa vedere una foto da 15 x 20 cm o da 1 metro per 1,5 metri. Specialmente se sono fotografate con argento puro su vetro nero e con una tridimensionalità quasi reale!

3) Con questa tecnica che rapporto instaura con il soggetto?

La tecnica dell’ambrotipia ti permette di essere molto vicino al tuo soggetto,  il fattore tempo non esiste, la fotografia torna ad essere un evento e a godere della dovuta importanza. Quando faccio dei ritratti dei contadini delle Dolomiti passo con loro un’intera giornata, sono accompagnati nel nostro atelier. Spesso è l’unica volta dell’anno in cui scendono dai loro masi, e già questo per loro è una contadino2cosa speciale: si vestono con i migliori vestiti che hanno e si sente il loro nervosismo. Nell’atelier poi mostro loro tutto il processo e poi insieme facciamo i primi test di esposizione e creiamo la luce per il ritratto. Nelle ore che si susseguono ascolto il racconto della loro vita, spesso incredibile, molto personale e decisamente vero. Si mangia insieme e alla fine della giornata, se tutto va bene, insieme abbiamo creato una lastra che durerà una piccola eternità. Come uno dei contadini (Much) mi ha detto: Sono foto che non dicono bugie!

Kurt Moser, il ‘cacciatore di luce’ 

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *